Noi cresciamo dalla Terra
E condividiamo i suoi frutti.
Voliamo con ali luminose
E raggiungiamo le stelle.
Siamo immortali insieme a tutto ciò che è.
Evoè Iside!
(il Credo della Fellowship of Isis)

lunedì 9 novembre 2020

~ La sacerdotessa ~

  • La sacerdotessa si mette in sintonia con il Sacro di un luogo.
  • Lei è sulla strada della spiritualità da diversi anni, ha attraversato momenti di dubbi, profonda solitudine, incomprensione, scoraggiamento, ma anche gioia intensa, luce, serenità e soddisfazione.
  • Lei è collegata al suo potere di donna, sa come usarlo.
  • Questo potere non è mobilitato per avere ascendente sugli altri, ma per bere alla propria fonte interiore.
  • Lei lo accetta con umiltà e si accorda con lui per vivere pienamente ciò per cui è nata.
  • Lei ascolta il suo cuore e la sua voce interiore, segue il suo intuito la cui affidabilità aumenta col tempo.
  • Lei è consapevole dell'ordine delle cose, cerca al massimo di mantenere l'equilibrio intorno a lei, nella sua vita e nella sua pratica spirituale.
  • Lei è responsabile, onesta con gli altri e con se stessa.
  • A livello spirituale, è in continuo addestramento, sempre sveglio e pronto a imparare e scoprire.
  • Impara dagli dei, dai suoi antenati ma anche dalle stelle, dai fiori e dagli alberi.
  • Ha una pratica che consiste in offerte, meditazioni e preghiere.
  • Una sacerdotessa è una persona che ha le conoscenze necessarie per condurre i riti e i rituali sacri.
  • Alcune persone possono rivolgersi a lei per essere consigliate in merito alla spiritualità.
  • Lavora continuamente per aumentare la sua coerenza con i suoi valori spirituali.
  • Non deve mai approfittare del suo ascendente su qualcuno e, al contrario, deve favorire l'autonomia delle persone che le chiedono aiuto.
  • È riconosciuta da una comunità vera e viva ed è attiva.
  • In sintesi, scegliere questa strada non è facile e soprattutto non si può davvero dire di essere scelto.
  • Gli dei scelgono te.
  • Quando la Dea ti accetta al suo servizio, te lo fa sapere da diversi segni che, in fondo alla tua pancia, finiscono per non avere dubbi.
  • I primi ti fanno sentire che questa strada è la tua, quando vedi un tempio, quando provi ai tuoi primi rituali, che leggi un testo le cui parole fanno eco con i tuoi sentimenti profondi.
  • Una sacerdotessa sa riconoscere questi segni e interpretarli come gli auspici antichi, ma questo non significa che non sbagli mai.

Testo sorgente sconosciuto (se conoscete l'autore non esitate a comunicarmelo, grazie)

sabato 5 aprile 2014

La discesa di Inanna - Ishtar agli Inferi






I sentimenti degli dèi, come degli umani hanno occupato fin dai primordi della creazione universale, un fondamentale ruolo nelle azioni e nella dimensione miticopoetica dell’essere pensante terreno e non solo! Amore, odio, gelosia: comuni sentimenti espressi, manifestati in tutte le civiltà conosciute, attraverso le parole della letteratura poetica, che meglio di ogni cosa, s’eleva verso il firmamento con le alate parole. Uomini e dèi uniti dai sentimenti e, come nel caso della leggenda di Inanna- Ishtar, l’amore per l’amato Dumuzi, il dolore straziante per la morte di questi, hanno offerto la linfa per creare parole che esprimono la profonda elevazione di un sentimento unico nell’universo: l’amore. «… Nel deserto, mio Dumuzi t’eleverò un lamento. Il mio lamento per te! Il mio lamento per te! Lo farò udire fino all’Arali- Infernale; Lo farò udire a Badtibira; Lo farò udire a Dushuba: Lo farò udire nei pascoli: nell’ovile di Dumuzi! Oh… Dumuzi dai propositi affascinanti, dagli occhi belli…». In questi versi, d’immensa, profonda tristezza, la letteratura sumera si esprime al meglio attraverso le delicate parole della bella e sensuale dea Inanna- Ishtar, che disperatamente piange la morte del suo promesso sposo. Il poema sumerico, definito dagli esperti oscuro e complesso, è di difficile interpretazione ermeneutica. In verità, in questo contesto, l’arcanicità del messaggio rivela elementi che tendono ad unire gli “enti” del Cielo, con le “essenze” della Terra. Un’ermeneutica, cioè, un’interpretazione che forse, potrebbe aprire la via alla magia sumera? Parole che nella dimensione esoterica – nascosta – rivelerebbero conoscenze alchemiche, e percorsi enigmatici di un sapere proveniente dall’Alto? Quella conoscenza sacra che gli Annunaki donarono ai “Figli dell’uomo”? «… E’là che dimora, Dumuzi con la testa assassinata… Oh giacente! Oh Pastore giacente, Tu che poco fa, guardavi il tuo gregge, Oh Dumuzi Giacente!… Guardavi il tuo gregge, Alzatoti con il sole, Tu ascoltavi le tue pecore! Tu pascolavi le Tue pecore anche quando era tempo di dormire!… ». Questi versi, che sempre l’addolorata Inanna declama, ci riportano con la mente nei luoghi biblici, dove un altro Pastore «Pascolava il suo gregge, e vegliava … anche quando tutti dormivano…». Sono le parole che leggiamo nel Vangelo di Giovanni [10,1-21], quando l’autore del testo sacro, descrive Gesù, con la pericope del Buon Pastore che offre la vita per il suo gregge! Gesù stesso si definì il “Buon Pastore”. Colui che vegliò nell’ora che precedette il suo arresto, quando il mondo nella sua inconsapevolezza dormiva! Come vegliava Dumuzi, la notte, sul gregge ch’egli amava. Perché una similitudine tra questi due testi distanti nel tempo e per area geografica? Cosa rivela, in verità, il senso figurato del “Buon Pastore” che veglia sul gregge? Un contesto metaforico presente nel mito sumero, e nel Vangelo di Giovanni! Ancora una volta assistiamo ad una pura coincidenza di eventi contestuali? A priori, è quasi impossibile definire una chiara soluzione della questione che si presenta complessa, oscura, con certezze e molteplici dubbi, che vengono ad inglobare varie sfere investigative: archeologiche, letterarie, esegetiche, storiche, mitologiche, religiose, filologiche. Ad ogni modo, ricordiamo sempre che stiamo percorrendo i meandri letterari del poema d’amore della dea Inanna-Ishtar, la linea corre su un filo alquanto enigmatico, arcano, che si srotola lungo un percorso simbolico, e con parole indicanti, o che possono indicare una doppia valenza significativa. La dea Inanna, viene spesso raffigurata con un aspetto guerriero, forte, possente, con grande ali che l’avvolgono, quasi fosse un rapace. Del rapace ha infatti gli artigli! L’accompagnano dei leoni – che simbolicamente vogliono richiamare il segno astrologico del Leone? Nelle due mani, che ella tiene alzate, ha un simbolo, che richiama per un verso la croce egizia Ankh anche se, forse, in una forma più arcaica, primitiva. La croce, sappiamo bene essere simbolo della vita eterna e Inanna, come dea dell’amore, incarna la dea del risveglio della stagione e quindi della Vita. Vorrei concludere catturando l’attenzione sull’importanza degli accessori personali di Inanna durante la sua discesa agli inferi. Un testo accadico particolare, indica nel dono di un anello o di un bracciale un determinato potere. Quale sarà questo potere? Inanna si veste adornandosi di gioielli, un anello e bracciali d’oro per l’imminente viaggio ultraterreno: «Quando egli [Il Guardiano delle Porte] fece entrare [Inanna] nella sesta porta, egli le strappò e gettò via i suoi bracciali e cavigliere». Ma di quale potere fu privata la sensuale Dea?

da Hera  magazine

L'amore perduto e la Discesa negli Inferi


Inanna viene considerata nel mito antico come una Dea duplice: lealtà e vendetta, bellezza e austerità, passione e tormento, estrema grandiosità e sacrificio! Dea del ciclo della vita e della fecondità, sposa di Dumuzi è la Signora di Uruk. A lei è dedicata una delle porte principali della grande Babilonia e a lei sono associati i rituali sacri officiati in onore della sensualità e fertilità della Madre Terra. Nella Mesopotamia meridionale, dove sorgeva il suo maestoso tempio, l’Eanna, la Casa del Cielo, era raffigurata nuda con a fianco una colomba, il suo regale simbolo.







Nelle grandi saghe dell’epoca, il suo mito rinasce soprattutto nella cosiddetta Discesa negli inferi, alla ricerca del suo amato sposo, Dumuzi. Il coraggio e la perdita di ogni voluttà dovuta al dominio dell’istinto la portano alla ricerca del perduto amore nella terra desolata degli inferi ove la grande la dea promette battaglia, calamità e distruzione pur di raggiungere il suo obiettivo e a nulla servirà l’intervento di Ereshkigal, sua sorella, che arriva addirittura a toglierle la vita. La vita è un ciclo e tutto ciò che è ciclico cambia ed è incerto. Perduto l’amore, il suo desiderio di vendetta e di riconquista la portano a idealizzare un mondo come un campo di battaglia ove regna la contraddizione, e la lotta tra gli opposti. La Dea viene descritta in procinto di avventurarsi alla conquista del regno sotterraneo, dominato dalla sorella, Dea della morte, dove vi soggiornerà come un cadavere appeso a un palo per 3 giorni e 3 notti, fino a che gli Dei mossi a pietà le restituiscono la vita. Metafora fondamentale, se si prende in considerazione che, per continuare ad esistere, la vita ha necessità di rigenerarsi continuamente anche attraverso sacrifici estremi...

Molte interpretazioni sono state attribuite a questo mito, decisamente la più conveniente è quella del concetto forzato della supremazia della vita sulla morte, vita e morte sono complementari e inscindibili, nessuno ha il predominio sull’altro. Il ciclo della vita come quello delle stagioni è un ciclo costante: nascita e morte sono inevitabili affinché il mondo continui nella sua rigenerazione cosmica. Il risveglio della Dea dal sonno della morte, rappresenta la luce di una pallida primavera dopo il freddo gelido dell’inverno. La vita viene ora riconosciuta come salvezza e come dono meritato del sacrificio, una resurrezione non come supremazia, ma espressione della consapevolezza della morte e affermazione della vita. Se, però, prendiamo in considerazione da un altro punto di vista il racconto mitologico emerge che, in realtà, Inanna nella ricerca del suo sposo nel mondo degli inferi, va alla ricerca di una parte perduta di sé: il suo aspetto maschile. La delusione per il perduto amore la rende furiosa, confusa e squilibrata, fino al punto di metter in campo la sua estrema bellezza come arma di seduzione e di morte. La perdita la porta a esprimere lati del suo carattere decisamente dominanti, ne è un esempio il fatto che seduce e poi uccide uomini, i quali ammaliati dalla sua bellezza non sopravvivono alla notte di passione trascorsa con le dea. E neppure gli Dei sono immuni al suo fascino, a tal punto che Inanna ottiene meriti e favori. Il mondo in terreno, però, dopo la discesa della dea nei mondi inferiori appassisce e muore, la divinità non si da pace, abbandona tutto pur di ritrovare l’amato... e quindi se stessa! Il viaggio diviene, per alcuni, il modo per riappropriarsi di ciò che secondo lei le apparteneva per diritto divino e cioè l’amore del suo amato Dumuzi. E’ per questo che si assoggetta alle regole infernali senza opposizioni. Per altri invece il viaggio di Inanna diviene la rappresentazione di un percorso iniziatico, in cui la dea, come rappresentazione della vita terrena, si spoglia della materialità della sua esistenza sino al raggiungimento della coscienza più pura. La dea infatti attraversa sette cancelli e a ognuno le viene richiesto di togliere un indumento o un ornamento cosicché al settimo cancello rimane completamente nuda, di fronte a Ereshkigal e agli Anunnaki, che la condannano a morte, una condizione necessaria al raggiungimento dello stadio evolutivo finale. La discesa negli inferi viene allora associata a un percorso, una discesa nel proprio inconscio più remoto, un mondo sconosciuto all’interno del quale essa stessa deve affrontare i suoi timori più profondi e la paura più radicata, rappresentata dalla sorella: morte. Proprio come due opposti, vita-morte, luce-ombra, paradiso e inferno le due sorelle si temono a vicenda pur non comprendendosi, si completano inconsapevolmente. Inanna viene privata della vita, rinascendo poi per volere divino insieme all’amato sposo.

Ma le leggi infernali erano ferree e neppure la potenza delle divinità superiori potevano raggirarle cosicché per sei mesi l’anno Dumuzi (divinità associata alla fertilità) aveva la concessione di tornare sulla terra e giacere con Inanna (il ciclo primavera – estate) e per sei mesi l’anno doveva tornare nelle terre desolate degli inferi (lasciando sulla terra il freddo e il gelo dell’inverno). La vita si rigenera così dopo aver sopportato l’ombra della notte e Dumuzi e la dea si riuniscono sfuggendo agli inferi, riportando armonia e prosperità nel ciclo della vita e della natura.



di Simone "Kaos" de Il Portale del Mistero

Plutarco, sull'Amore

"mio padre disse che gli Egiziani, pressappoco come i Greci, conoscevano due tipi di Amore, l'Amore volgare e l'Amore celeste. inoltre essi ritengono che il sole sia un terzo Amore e hanno molta venerazione per Afrodite e la chiamano anche 'Luna' e 'Terra'.

Noi vediamo che c'è molta somiglianza tra l'Amore e il sole.

Nè l'uno nè l'altro, infatti, è di fuoco, come credono alcuni, ma lo splendore e il calore dolce e fecondo, che proviene dal sole, porta al corpo nutrimento, luce e crescita, mentre quello che viene dall'Amore porta alle anime gli stessi benefici. Il sole quando esce dalle nuvole o dalla nebbia è più caldo; così l'amore dopo i litigi e le scenate di gelosia, quando si riconcilia con l'amato, è più dolce e vivo. E ancora, alcuni credono che il sole si accende e spegne, così come pensano le stesse cose dell'Amore che è instabile e mortale. E infine, come il corpo, che non è abituato al sole, non può sopportarlo, così un anima non affinata dall'educazione non può sopportare la violenza dell'Amore; sia il corpo che l'anima restano turbati nello stesso modo e si ammalano, accusando la potenza del Dio, e non la loro debolezza.

[...]

Quanto ad Afrodite, non ha in comune quasi niente con la terra, ma quelli che chiamano Afrodite [la luna] si basano su una certa somiglianza: la luna, infatti, ha una natura rocciosa e una celeste, essa è il luogo dove si mischia l'elemento immortale con quello mortale, in sè priva di potenza e di luce se il sole non la illumina, come è Afrodite se l'Amore non l'assiste.

E' naturale perciò accostare la luna e il sole ad Afrodite e all'Amore, più che agli altri Dei."




[Plutarco di Cheronea, Moralia, Sull'Amore, 19] 

Keats: alla luna




O Moon! The oldest shades ‘mong oldest trees

Feel palpitations when thou lookest in:

O Moon! Old boughs lisp forth a holier din

The while they feel thine airy fellowship

Thou dost bless everywhere, with silver lip

Kissing dead things to life. The sleeping kine,

Couched in thy brightness, dream of fields divine:

Innumerable mountains rise, and rise,

Ambitious for the hallowing of thine eyes;

And yet thy benediction passeth not

One obscure hiding-place, one little spot

Where pleasure may be sent. The nested wren

Has thy fair face within its tranquil ken,

And from beneath a sheltering ivy leaf

Takes glimpses of thee; thou art a relief

To the poor patient oyster, where it sleeps

Within its pearly house. The mighty deeps,

The monstrous sea is thine – the myriad sea!

O Moon! far-spooming Ocean bows to thee,

And Tellus feels his forehead’s cumbrous load.





O Luna! Le antichissime ombre tra

antichissimi alberi palpitano quando

tra di esse guardi: O Luna! I

vecchi rami frusciano più santi

(55) quando sentono la tua presenza

d’aria. Tu benedici ogni luogo,

con labbro d’argento morte cose

baciando alla vita. La mandria dormiente,

accovacciata alla tua luce,

sogna pascoli divini: monti innumerevoli

s’ergono, alti e più alti,

anelanti alla santificazione del

tuo sguardo; ma la tua benedizione

non sorvola nessun recondito recesso,

nessun angolo minuscolo

dove il piacere giunga. L’innidiato

scricciolo ha il tuo bel volto quietamente

in vista, e da sotto la

schermante foglia d’edera

t’occhieggia; tu sei il conforto della

povera paziente ostrica, dov’ella

dorme nella sua perlacea casa. I

possenti abissi, il mare dei mostri è

tuo - il mare miriade!  O Luna!

Oceano lungi-spumeggiante a te

s’inchina, e Terra sente il grave

peso della sua fronte.

preghiera cinese a Kwan Yin

Foss'io alla deriva in mezzo all'oceano

da dragoni e demoni circondato,

volgerei il pensiero alla dolce Kuan-Yin

e l'ira delle acque si placherebbe.

Foss'io intrappolato in una fornace,

rovente come d'inferno le fiamme,

volgerei il pensiero alla forza di Kuan-Yin

ed ogni fuoco in acqua muterebbe.

Se braccato dai nemici, o gettato

dall'alto picco d'un monte, se lame

contro me levassero, se rinchiuso

o assalito da fiere, chiamerei Lei.

La sua pietà dal tuono mi protegge.

La sua compassione, come una nube,

mi abbraccia e attorno fa piover dolcezza


che smorza i fuochi del mio dispiacere.

mercoledì 28 marzo 2012

Gli ultimi sacerdoti di Hecate in Roma



Nel IV secolo dell'era volgare, nonostante l'imposizione dall'alto della superstizione galilea, a Roma il 'paganesimo' era ancora assai vitale. Particolarmente popolare (in particolare tra gli aristocratici, mentre la plebaglia si faceva volentieri abbindolare dalle frottole degli adoratori della morte) era Hecate, che riuscì a lungo a fare concorrenza al falegname nazareno perché era una Dea universale, prometteva la salvezza e aveva persino una sua 'scrittura'.
Il successo di Hecate a Roma era tale da indurre non pochi cristiani a convertirsi a Lei, con gran sgomento di 'san' Girolamo (che si abbandonò a varie crisi isteriche, come si può evincere dalla lettura del suo sconcertante epistolario) e del non meno rabbioso ma più cerebrale Agostino di Ippona, il quale si sentì in dovere di confutare (senza successo) le rivelazioni della Fanciulla delle Tenebre nella sua Città di Dio.
Meritano di essere ricordati qui i nomi degli ultimi gran sacerdoti della 'megiste kai epiphanestate thea Hekate Soteira' ('grandissima e manifestissima / nobilissima Dea Hecate Salvatrice, per usare la formula con cui spesso viene onorata nelle iscrizioni di Lagina). Grazie alla loro dedizione e al loro coraggio molte anime hanno evitato la caduta nel Tartaro. Inoltre, con l'aiuto della Dea, hanno dimostrato che, se non fosse stata imposta con la violenza, l'orrida superstizione galilea sarebbe morta di morte naturale, dimenticata e non rimpianta. Ma l'estinzione di quell'obbrorio è ormai in corso, e lodo gli Dei che mi hanno concesso di esserne testimone.
Ecco i nomi degli ultimi sacerdoti di Hecate in Roma, accompagnati dal numero di inventario delle iscrizioni che li riguardano nel CIL (= Corpus Inscriptionum Latinarum), dalla data di redazione e, laddove possibile, da qualche notizia supplementare.

Caio Magio Donato Severiano - CIL VI.507, 15 Aprile 313. Severiano si definisce 'Hierophantes Hecatarum'; l'insolito plurale dev'essere un riferimento alla triplice natura di Hecate: è da escludere che si tratti di un plurale di intensità, come quello usato dagli ebrei per rivolgersi al loro falso dio (Elohim).

Alfensio Ceionio (Caeionius) Giuliano Kamenio, 'Hierofanta Haecatae [sic]' - AE 1953, n. 238, 19 Luglio 374.

Sestilio Agesilao Edesio (Aedesius), 'Hierofanta Haecatarum [sic]' - CIL VI.510, 13 Agosto 376. Nell'epigrafe Edesio dichiara di essere 'renatus in aeternum'.

Ulpio Egnazio Faventino, 'Hierofanta Hecatae' - CIL VI.504, 13 Agosto 376.

Celio Ilariano (Caelius Hilarianus), 'Sacerdos Deae Hecate [sic]' - CIL VI.500, 13 maggio 377.

Rufio Ceionio (Caeionius) Cecina (Caecina) Lampadio, 'Hierofanta' - CIL VI.846, anno 377.

Rufio Ceionio Cecina Sabino, 'Hierofanta Deae Hecatae' - CIL VI.511, 12 marzo 377.


Sabina Ceionia (Caeonia), 'Iniziata alle notti della terribile Dea Hecate' - CIL VI.30.966, anno 377. Molto interessante il riferimento alle 'notti della Dea'. Sabina, della nobile famiglia dei Ceionii, era figlia del già citato Rufio Ceionio Cecina Lampadio; Rufio Ceionio Cecina Sabino, anch'egli già citato, era suo zio. Inoltre, Sabina era zia di quel Rufio Antonio Agripnio (Agrypnius) Volusiano, pagano convinto, che ebbe parecchie discussioni con Agostino di Ippona e lo spinse in parte a scrivere la sua Città di Dio.

Vettio Agorio Pretestato (Praetextatus), 'Hierofanta'' - CIL VI.31929, anno 384. Pretestato fu uno dei capi del partito 'pagano' in Roma, assieme a Quinto Aurelio Simmaco e a Virio Nicomaco Flaviano. Molto popolare a Roma, era odiatissimo da Girolamo, il quale, alla sua morte, esultò in modo veramente disgustoso ('E' morto! Finalmente è morto!'), come si può constatare leggendo il suo ripugnante epistolario.

Aconia Fabia Paolina, 'Consacrata a Hecate ad Egina'; 'Sacerdotessa di Hecate a cui tu [o marito] insegni i Triplici Segreti' - CIL VI.1779; 'Hierophantria Deae Hecatae' - CIL VI.1780 - anno 384. Di Aconia abbiamo parlato più di una volta in questo nostro simposio. Colta, militante, entusiasta, riuscì a convertire ai misteri di Hecate numerose persone (specialmente donne) in Roma, suscitando lo sconcerto e l'odio dei capi della setta galilea. Quando suo marito Pretestato morì lesse un'orazione funebre (il cui riassunto, in forma poetica, è conservato in CIL VI. 1779) che le attirò gli insulti del solito Girolamo il quale, senza il benché minimo rispetto per il dolore di una vedova, le diede della bugiarda e della poveretta, e si premurò di assicurarle che suo marito non era nello 'scintillante palazzo del cielo', ma era nudo e solo nel buio e nella sporcizia.

Dopo sedici secoli, Sorita d'Este ha fondato - in aperta polemica con le mistificazioni dei wiccan - il Covenant of Hekate, un'istituzione religiosa che si propone di restaurare i misteri della Dea dal sandalo d'Oro. 'Covenant' significa 'accordo solenne', e si riferisce al patto d'amore che lega il fedele alla Dea. Perché soltanto l'amore disinteressato e totale per la bellissima Dama incoronata di serpenti aprirà il cancello del Giardino. 'Mi hai detto belle parole e io, una Dea, sono venuta da te...'