Noi cresciamo dalla Terra
E condividiamo i suoi frutti.
Voliamo con ali luminose
E raggiungiamo le stelle.
Siamo immortali insieme a tutto ciò che è.
Evoè Iside!
(il Credo della Fellowship of Isis)
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sabato 5 aprile 2014

La discesa di Inanna - Ishtar agli Inferi






I sentimenti degli dèi, come degli umani hanno occupato fin dai primordi della creazione universale, un fondamentale ruolo nelle azioni e nella dimensione miticopoetica dell’essere pensante terreno e non solo! Amore, odio, gelosia: comuni sentimenti espressi, manifestati in tutte le civiltà conosciute, attraverso le parole della letteratura poetica, che meglio di ogni cosa, s’eleva verso il firmamento con le alate parole. Uomini e dèi uniti dai sentimenti e, come nel caso della leggenda di Inanna- Ishtar, l’amore per l’amato Dumuzi, il dolore straziante per la morte di questi, hanno offerto la linfa per creare parole che esprimono la profonda elevazione di un sentimento unico nell’universo: l’amore. «… Nel deserto, mio Dumuzi t’eleverò un lamento. Il mio lamento per te! Il mio lamento per te! Lo farò udire fino all’Arali- Infernale; Lo farò udire a Badtibira; Lo farò udire a Dushuba: Lo farò udire nei pascoli: nell’ovile di Dumuzi! Oh… Dumuzi dai propositi affascinanti, dagli occhi belli…». In questi versi, d’immensa, profonda tristezza, la letteratura sumera si esprime al meglio attraverso le delicate parole della bella e sensuale dea Inanna- Ishtar, che disperatamente piange la morte del suo promesso sposo. Il poema sumerico, definito dagli esperti oscuro e complesso, è di difficile interpretazione ermeneutica. In verità, in questo contesto, l’arcanicità del messaggio rivela elementi che tendono ad unire gli “enti” del Cielo, con le “essenze” della Terra. Un’ermeneutica, cioè, un’interpretazione che forse, potrebbe aprire la via alla magia sumera? Parole che nella dimensione esoterica – nascosta – rivelerebbero conoscenze alchemiche, e percorsi enigmatici di un sapere proveniente dall’Alto? Quella conoscenza sacra che gli Annunaki donarono ai “Figli dell’uomo”? «… E’là che dimora, Dumuzi con la testa assassinata… Oh giacente! Oh Pastore giacente, Tu che poco fa, guardavi il tuo gregge, Oh Dumuzi Giacente!… Guardavi il tuo gregge, Alzatoti con il sole, Tu ascoltavi le tue pecore! Tu pascolavi le Tue pecore anche quando era tempo di dormire!… ». Questi versi, che sempre l’addolorata Inanna declama, ci riportano con la mente nei luoghi biblici, dove un altro Pastore «Pascolava il suo gregge, e vegliava … anche quando tutti dormivano…». Sono le parole che leggiamo nel Vangelo di Giovanni [10,1-21], quando l’autore del testo sacro, descrive Gesù, con la pericope del Buon Pastore che offre la vita per il suo gregge! Gesù stesso si definì il “Buon Pastore”. Colui che vegliò nell’ora che precedette il suo arresto, quando il mondo nella sua inconsapevolezza dormiva! Come vegliava Dumuzi, la notte, sul gregge ch’egli amava. Perché una similitudine tra questi due testi distanti nel tempo e per area geografica? Cosa rivela, in verità, il senso figurato del “Buon Pastore” che veglia sul gregge? Un contesto metaforico presente nel mito sumero, e nel Vangelo di Giovanni! Ancora una volta assistiamo ad una pura coincidenza di eventi contestuali? A priori, è quasi impossibile definire una chiara soluzione della questione che si presenta complessa, oscura, con certezze e molteplici dubbi, che vengono ad inglobare varie sfere investigative: archeologiche, letterarie, esegetiche, storiche, mitologiche, religiose, filologiche. Ad ogni modo, ricordiamo sempre che stiamo percorrendo i meandri letterari del poema d’amore della dea Inanna-Ishtar, la linea corre su un filo alquanto enigmatico, arcano, che si srotola lungo un percorso simbolico, e con parole indicanti, o che possono indicare una doppia valenza significativa. La dea Inanna, viene spesso raffigurata con un aspetto guerriero, forte, possente, con grande ali che l’avvolgono, quasi fosse un rapace. Del rapace ha infatti gli artigli! L’accompagnano dei leoni – che simbolicamente vogliono richiamare il segno astrologico del Leone? Nelle due mani, che ella tiene alzate, ha un simbolo, che richiama per un verso la croce egizia Ankh anche se, forse, in una forma più arcaica, primitiva. La croce, sappiamo bene essere simbolo della vita eterna e Inanna, come dea dell’amore, incarna la dea del risveglio della stagione e quindi della Vita. Vorrei concludere catturando l’attenzione sull’importanza degli accessori personali di Inanna durante la sua discesa agli inferi. Un testo accadico particolare, indica nel dono di un anello o di un bracciale un determinato potere. Quale sarà questo potere? Inanna si veste adornandosi di gioielli, un anello e bracciali d’oro per l’imminente viaggio ultraterreno: «Quando egli [Il Guardiano delle Porte] fece entrare [Inanna] nella sesta porta, egli le strappò e gettò via i suoi bracciali e cavigliere». Ma di quale potere fu privata la sensuale Dea?

da Hera  magazine

L'amore perduto e la Discesa negli Inferi


Inanna viene considerata nel mito antico come una Dea duplice: lealtà e vendetta, bellezza e austerità, passione e tormento, estrema grandiosità e sacrificio! Dea del ciclo della vita e della fecondità, sposa di Dumuzi è la Signora di Uruk. A lei è dedicata una delle porte principali della grande Babilonia e a lei sono associati i rituali sacri officiati in onore della sensualità e fertilità della Madre Terra. Nella Mesopotamia meridionale, dove sorgeva il suo maestoso tempio, l’Eanna, la Casa del Cielo, era raffigurata nuda con a fianco una colomba, il suo regale simbolo.







Nelle grandi saghe dell’epoca, il suo mito rinasce soprattutto nella cosiddetta Discesa negli inferi, alla ricerca del suo amato sposo, Dumuzi. Il coraggio e la perdita di ogni voluttà dovuta al dominio dell’istinto la portano alla ricerca del perduto amore nella terra desolata degli inferi ove la grande la dea promette battaglia, calamità e distruzione pur di raggiungere il suo obiettivo e a nulla servirà l’intervento di Ereshkigal, sua sorella, che arriva addirittura a toglierle la vita. La vita è un ciclo e tutto ciò che è ciclico cambia ed è incerto. Perduto l’amore, il suo desiderio di vendetta e di riconquista la portano a idealizzare un mondo come un campo di battaglia ove regna la contraddizione, e la lotta tra gli opposti. La Dea viene descritta in procinto di avventurarsi alla conquista del regno sotterraneo, dominato dalla sorella, Dea della morte, dove vi soggiornerà come un cadavere appeso a un palo per 3 giorni e 3 notti, fino a che gli Dei mossi a pietà le restituiscono la vita. Metafora fondamentale, se si prende in considerazione che, per continuare ad esistere, la vita ha necessità di rigenerarsi continuamente anche attraverso sacrifici estremi...

Molte interpretazioni sono state attribuite a questo mito, decisamente la più conveniente è quella del concetto forzato della supremazia della vita sulla morte, vita e morte sono complementari e inscindibili, nessuno ha il predominio sull’altro. Il ciclo della vita come quello delle stagioni è un ciclo costante: nascita e morte sono inevitabili affinché il mondo continui nella sua rigenerazione cosmica. Il risveglio della Dea dal sonno della morte, rappresenta la luce di una pallida primavera dopo il freddo gelido dell’inverno. La vita viene ora riconosciuta come salvezza e come dono meritato del sacrificio, una resurrezione non come supremazia, ma espressione della consapevolezza della morte e affermazione della vita. Se, però, prendiamo in considerazione da un altro punto di vista il racconto mitologico emerge che, in realtà, Inanna nella ricerca del suo sposo nel mondo degli inferi, va alla ricerca di una parte perduta di sé: il suo aspetto maschile. La delusione per il perduto amore la rende furiosa, confusa e squilibrata, fino al punto di metter in campo la sua estrema bellezza come arma di seduzione e di morte. La perdita la porta a esprimere lati del suo carattere decisamente dominanti, ne è un esempio il fatto che seduce e poi uccide uomini, i quali ammaliati dalla sua bellezza non sopravvivono alla notte di passione trascorsa con le dea. E neppure gli Dei sono immuni al suo fascino, a tal punto che Inanna ottiene meriti e favori. Il mondo in terreno, però, dopo la discesa della dea nei mondi inferiori appassisce e muore, la divinità non si da pace, abbandona tutto pur di ritrovare l’amato... e quindi se stessa! Il viaggio diviene, per alcuni, il modo per riappropriarsi di ciò che secondo lei le apparteneva per diritto divino e cioè l’amore del suo amato Dumuzi. E’ per questo che si assoggetta alle regole infernali senza opposizioni. Per altri invece il viaggio di Inanna diviene la rappresentazione di un percorso iniziatico, in cui la dea, come rappresentazione della vita terrena, si spoglia della materialità della sua esistenza sino al raggiungimento della coscienza più pura. La dea infatti attraversa sette cancelli e a ognuno le viene richiesto di togliere un indumento o un ornamento cosicché al settimo cancello rimane completamente nuda, di fronte a Ereshkigal e agli Anunnaki, che la condannano a morte, una condizione necessaria al raggiungimento dello stadio evolutivo finale. La discesa negli inferi viene allora associata a un percorso, una discesa nel proprio inconscio più remoto, un mondo sconosciuto all’interno del quale essa stessa deve affrontare i suoi timori più profondi e la paura più radicata, rappresentata dalla sorella: morte. Proprio come due opposti, vita-morte, luce-ombra, paradiso e inferno le due sorelle si temono a vicenda pur non comprendendosi, si completano inconsapevolmente. Inanna viene privata della vita, rinascendo poi per volere divino insieme all’amato sposo.

Ma le leggi infernali erano ferree e neppure la potenza delle divinità superiori potevano raggirarle cosicché per sei mesi l’anno Dumuzi (divinità associata alla fertilità) aveva la concessione di tornare sulla terra e giacere con Inanna (il ciclo primavera – estate) e per sei mesi l’anno doveva tornare nelle terre desolate degli inferi (lasciando sulla terra il freddo e il gelo dell’inverno). La vita si rigenera così dopo aver sopportato l’ombra della notte e Dumuzi e la dea si riuniscono sfuggendo agli inferi, riportando armonia e prosperità nel ciclo della vita e della natura.



di Simone "Kaos" de Il Portale del Mistero

preghiera cinese a Kwan Yin

Foss'io alla deriva in mezzo all'oceano

da dragoni e demoni circondato,

volgerei il pensiero alla dolce Kuan-Yin

e l'ira delle acque si placherebbe.

Foss'io intrappolato in una fornace,

rovente come d'inferno le fiamme,

volgerei il pensiero alla forza di Kuan-Yin

ed ogni fuoco in acqua muterebbe.

Se braccato dai nemici, o gettato

dall'alto picco d'un monte, se lame

contro me levassero, se rinchiuso

o assalito da fiere, chiamerei Lei.

La sua pietà dal tuono mi protegge.

La sua compassione, come una nube,

mi abbraccia e attorno fa piover dolcezza


che smorza i fuochi del mio dispiacere.

mercoledì 28 marzo 2012

Gli ultimi sacerdoti di Hecate in Roma



Nel IV secolo dell'era volgare, nonostante l'imposizione dall'alto della superstizione galilea, a Roma il 'paganesimo' era ancora assai vitale. Particolarmente popolare (in particolare tra gli aristocratici, mentre la plebaglia si faceva volentieri abbindolare dalle frottole degli adoratori della morte) era Hecate, che riuscì a lungo a fare concorrenza al falegname nazareno perché era una Dea universale, prometteva la salvezza e aveva persino una sua 'scrittura'.
Il successo di Hecate a Roma era tale da indurre non pochi cristiani a convertirsi a Lei, con gran sgomento di 'san' Girolamo (che si abbandonò a varie crisi isteriche, come si può evincere dalla lettura del suo sconcertante epistolario) e del non meno rabbioso ma più cerebrale Agostino di Ippona, il quale si sentì in dovere di confutare (senza successo) le rivelazioni della Fanciulla delle Tenebre nella sua Città di Dio.
Meritano di essere ricordati qui i nomi degli ultimi gran sacerdoti della 'megiste kai epiphanestate thea Hekate Soteira' ('grandissima e manifestissima / nobilissima Dea Hecate Salvatrice, per usare la formula con cui spesso viene onorata nelle iscrizioni di Lagina). Grazie alla loro dedizione e al loro coraggio molte anime hanno evitato la caduta nel Tartaro. Inoltre, con l'aiuto della Dea, hanno dimostrato che, se non fosse stata imposta con la violenza, l'orrida superstizione galilea sarebbe morta di morte naturale, dimenticata e non rimpianta. Ma l'estinzione di quell'obbrorio è ormai in corso, e lodo gli Dei che mi hanno concesso di esserne testimone.
Ecco i nomi degli ultimi sacerdoti di Hecate in Roma, accompagnati dal numero di inventario delle iscrizioni che li riguardano nel CIL (= Corpus Inscriptionum Latinarum), dalla data di redazione e, laddove possibile, da qualche notizia supplementare.

Caio Magio Donato Severiano - CIL VI.507, 15 Aprile 313. Severiano si definisce 'Hierophantes Hecatarum'; l'insolito plurale dev'essere un riferimento alla triplice natura di Hecate: è da escludere che si tratti di un plurale di intensità, come quello usato dagli ebrei per rivolgersi al loro falso dio (Elohim).

Alfensio Ceionio (Caeionius) Giuliano Kamenio, 'Hierofanta Haecatae [sic]' - AE 1953, n. 238, 19 Luglio 374.

Sestilio Agesilao Edesio (Aedesius), 'Hierofanta Haecatarum [sic]' - CIL VI.510, 13 Agosto 376. Nell'epigrafe Edesio dichiara di essere 'renatus in aeternum'.

Ulpio Egnazio Faventino, 'Hierofanta Hecatae' - CIL VI.504, 13 Agosto 376.

Celio Ilariano (Caelius Hilarianus), 'Sacerdos Deae Hecate [sic]' - CIL VI.500, 13 maggio 377.

Rufio Ceionio (Caeionius) Cecina (Caecina) Lampadio, 'Hierofanta' - CIL VI.846, anno 377.

Rufio Ceionio Cecina Sabino, 'Hierofanta Deae Hecatae' - CIL VI.511, 12 marzo 377.


Sabina Ceionia (Caeonia), 'Iniziata alle notti della terribile Dea Hecate' - CIL VI.30.966, anno 377. Molto interessante il riferimento alle 'notti della Dea'. Sabina, della nobile famiglia dei Ceionii, era figlia del già citato Rufio Ceionio Cecina Lampadio; Rufio Ceionio Cecina Sabino, anch'egli già citato, era suo zio. Inoltre, Sabina era zia di quel Rufio Antonio Agripnio (Agrypnius) Volusiano, pagano convinto, che ebbe parecchie discussioni con Agostino di Ippona e lo spinse in parte a scrivere la sua Città di Dio.

Vettio Agorio Pretestato (Praetextatus), 'Hierofanta'' - CIL VI.31929, anno 384. Pretestato fu uno dei capi del partito 'pagano' in Roma, assieme a Quinto Aurelio Simmaco e a Virio Nicomaco Flaviano. Molto popolare a Roma, era odiatissimo da Girolamo, il quale, alla sua morte, esultò in modo veramente disgustoso ('E' morto! Finalmente è morto!'), come si può constatare leggendo il suo ripugnante epistolario.

Aconia Fabia Paolina, 'Consacrata a Hecate ad Egina'; 'Sacerdotessa di Hecate a cui tu [o marito] insegni i Triplici Segreti' - CIL VI.1779; 'Hierophantria Deae Hecatae' - CIL VI.1780 - anno 384. Di Aconia abbiamo parlato più di una volta in questo nostro simposio. Colta, militante, entusiasta, riuscì a convertire ai misteri di Hecate numerose persone (specialmente donne) in Roma, suscitando lo sconcerto e l'odio dei capi della setta galilea. Quando suo marito Pretestato morì lesse un'orazione funebre (il cui riassunto, in forma poetica, è conservato in CIL VI. 1779) che le attirò gli insulti del solito Girolamo il quale, senza il benché minimo rispetto per il dolore di una vedova, le diede della bugiarda e della poveretta, e si premurò di assicurarle che suo marito non era nello 'scintillante palazzo del cielo', ma era nudo e solo nel buio e nella sporcizia.

Dopo sedici secoli, Sorita d'Este ha fondato - in aperta polemica con le mistificazioni dei wiccan - il Covenant of Hekate, un'istituzione religiosa che si propone di restaurare i misteri della Dea dal sandalo d'Oro. 'Covenant' significa 'accordo solenne', e si riferisce al patto d'amore che lega il fedele alla Dea. Perché soltanto l'amore disinteressato e totale per la bellissima Dama incoronata di serpenti aprirà il cancello del Giardino. 'Mi hai detto belle parole e io, una Dea, sono venuta da te...'

lunedì 26 marzo 2012

Primo Inno ad Isis, tempio di Philae


Il primo Inno a Isis, dal Tempio di Philae
(Philae, Tempio di Isis, stanza X, parete nord, medio registro, a destra)

L'Inno é disposto in cinque colonne verticali, ogni colonna contiene una strofa.
Al di sopra delle cinque colonne verticali dell'Inno é inscritto un verso (in orizzontale) da ripetere dopo ogni strofa dell'Inno.
L'inscrizione verticale alle spalle del Re, Tolomeo II Philadelphos, recita:

"Il figlio di Ra, Tolomeo, é giunto al Tuo cospetto, o Isis, Grande Dea, Madre del Dio, baciando la terra difronte al Tuo bel volto; possa Tu donargli il Tuo amore per sempre"

L'inscrizione al di sopra dell' Inno recita:

"Isis la Grande, Madre del Dio, Signora di Philae, Signora del Cielo, Regina degli Dei, Signora delle terre meridionali, dice a Tolomeo:
-Ti ho donato una vita durevole come Ra nel Cielo; ti ho donato il Cielo stesso, e tutto ciò che in esso é contenuto; ti ho donato la vittoria sulle terre meridionali.

Nell'inscrizione posta alle spalle dell'immagine di Isis in trono, la Dea si rivolge nuovamente a Tolomeo:

"Mio amato figlio, figlio di Ra, Tolomeo, ti ho donato le terre meridionali fino a Kenset, Ta-Seti, per sempre chinate al tuo cospetto, esse appartengono a te"

Ta-Seti, la "Terra dell'arco" é il nome del I nomo dell'Alto Egitto.

L'Inno:

Gloria a Te, o Isis-Hathor,
Madre del Dio, Signora del Cielo,
Signora di Abaton, Regina degli Dei.

Tu sei la Divina Madre di Horus,
il Toro possente, il vendicatore di Suo padre,
Colui che sconfigge i ribelli.

Gloria a Te, o Isis-Hathor,
Madre del Dio, Signora del Cielo,
Signora di Abaton, Regina degli Dei.

Tu sei la Divina Madre di Horus,
Min-Horus, l'Eroe che annienta i Suoi nemici,
e così ne fa un massacro.

Gloria a Te, o Isis-Hathor,
Madre del Dio, Signora del Cielo,
Signora di Abaton, Regina degli Dei.

Tu sei la Divina Madre di Horus,
Khonsu il possente, il Regale Fanciullo figlio del Signore dell'Eternità,
Signore della Nubia, Sovrano delle terre straniere.

Gloria a Te, o Isis-Hathor,
Madre del Dio, Signora del Cielo,
Signora di Abaton, Regina degli Dei.

Tu sei la Divina Madre di Horus,
il Toro possente, Colui che fonda i Templi dell'Enneade,
e crea tutti i Divini simulacri.

Gloria a Te, o Isis-Hathor,
Madre del Dio, Signora del Cielo,
Signora di Abaton, Regina degli Dei.

Tu sei la Divina Madre di Horus,
il Toro possente che protegge l'Egitto,
Signore del nomo, per sempre.

Gloria a Te, o Isis-Hathor,
Madre del Dio, Signora del Cielo,
Signora di Abaton, Regina degli Dei


"Abaton", "inaccessibile", é il nome della sacra isola di Osiris, vicino a Philae.
"Signore del nomo" é un riferimento a "Ta-seti", la "Terra dell'arco", il primo nomo dell'Alto Egitto.

mercoledì 21 dicembre 2011

La Dea


I principali temi rappresentati nel simbolismo della Dea sono il mistero della nascita e della morte, come anche quello del rinnovarsi della vita, non solo umana, ma anche tutta la vita del pianeta e, naturalmente, del cosmo. Simboli e immagini si affollano intorno alla Dea partenogenica (autogeneratrice) e alle sue funzioni di base come Donatrice di Vita o Portatrice di Morte, e non meno importante, come Rigeneratrice della Madre Terra, la Dea della Fertilità, giovane e vecchia, che nasce e muore con la vita vegetale. Essa era l'unica fonte di vita, che prendeva la sua energia da sorgenti e pozzi, dal sole, dalla luna e dalla terra umida. Questo insieme di simboli rappresenta un tempo mitico che è ciclico, non lineare. Questo si manifesta nell'arte con segni di movimento dinamico: spirali che girano e si ritorcono, serpenti attorcigliati e ondulanti, circoli, alte maree, corna bovine, semi germinati e germogli.

Il serpente era il simbolo dell'energia vitale e della rigenerazione, una creatura delle più benevole, non malvagia. Anche i colori avevano un significato differente da quello del sistema simbolico indoeuropeo: il nero non significava morte o inferno; era il colore della fertilità, delle grotte umide e del suolo ferace, del seno della Dea, dove comincia la vita; il bianco, al contrario era il colore della morte, delle ossa, all'opposto del sistema indoeuropeo, nel quale sia il bianco che il giallo sono i colori del cielo e del sole raggiante.

In nessun modo si deve confondere la filosofia da cui derivano queste immagini con quella del mondo pastorale indoeuropeo, nel quale gli dei guerrieri a cavallo rappresentano il cielo radioso o tormentoso, o anche l'inferno paludoso, l'ideologia per cui le dee non sono creatrici, bensì bellezze ("Venus") sposate con gli dei-cielo.

L'arte che riguarda la Dea, con la sua sorprendente assenza di immagini di guerra e di dominazione maschile, riflette un ordine sociale in cui le donne, in quanto capi di clan o sacerdotesse-regine, assumono un ruolo centrale. La Vecchia Europa(1) e l'Anatolia, come pure la Creta Minoica, erano una "gylania" (2). Questo sistema sociale equilibrato, né patriarcale né matriarcale, lascia il suo riflesso nella religione, nella mitologia e nel folklore che si ricavano dagli studi della struttura sociale corrispondente alle culture minoiche e della Vecchia Europa, ed è rafforzato dalla continuità  degli elementi in un sistema matrilineare come quelli della Grecia Antica, dell'Etruria, di Roma, del Paese Basco e di altri paesi dell'Europa.

Tuttavia il sistema matrilineare e incentrato sulla Dea, tanto profondamente analizzato da Marija Gimbutas rispetto alla Vecchia Europa, non sembra che rimanesse limitato al continente eurasiatico, ma al contrario, fu anche esteso almeno a tutto il Vicino Oriente, all'Egitto e all'Africa Sahariana. Sebbene in queste ultime regioni non siano state trovate molte figure femminili come in Europa, se ne hanno a sufficienza per poter affermare che la religione della Dea fu universale fino a pochi millenni fa.

Alcuni storici specializzati in culture africane si spingono molto oltre, e sono giunti ad affermare che la Dea primigenia fu nera e nacque della regione nord-est dell'Africa, da dove si estese verso il continente eurasiatico insieme alle ondate migratorie che penetrarono in Europa circa 40.000 anni fa. L'ipotesi è suggestiva e probabile, dato che l'uomo moderno effettivamente proviene dal nord-est africano, proprio come la sofisticata tecnologia aurignaciana, e che la sua via di penetrazione coincide con il centro di espansione della cosidetta "cultura iconografica femminile", cioè della religione della Dea, ma non esiste alcuna attestazione archeologica circa possibili figure di dee africane che siano più antiche di quelle europee. E' possibile che la Dea nacque sia in Africa che in Europa, nessuno oggi sembra poter dire l'ultima parola a tale proposito.

Oya: Dea Madre dell'Africa Occidentale, alcune volte si presenta nella forma di un toro, è adorata dagli Yoruba, è probabilmente anche la dea dell'arcobaleno. E' inoltre la dea della Danza. Figlia unica della dea dell'acqua Yemanya. Oya fece il primo elemento, da cui l'universo esiste. Ella è una delle tre dee dei fiumi, che danno il nome ad un fiume. Lei personifica il fiume Niger, le altre sono Oshun e Oba. Suo fratello e marito era il dio Sjango, al quale lei offrì il governo del tuono e dei fulmini. Una volta egli la vide al fiume mentre mutava in toro, per fargli mantenere il segreto lei si uni a lui ma, egli rivelò ad altre donne il segreto mentre era ubriaco. A causa di ciò sfuggì alla morte molto faticosamente. Come la Dea Madre, Oya porta una doppia ascia sulla testa. Questo è attributo di Sjango, al quale sottrasse il segreto delle tempeste. Con l'avvento della cristianità  Oya, Oshun e Oba furono convertiti in Santi. Durante il periodo della schiavitù, il suo culto fu trasportato alle Americhe dove fu adorata come la dea dell'arcobaleno Olla a Cuba e a Porto Rico. A Cuba è anche comparata alla Vergine Maria. In Brasile è chiamata Yansa do Yansan, e fu resa anche qui santa con il nome di Barbara. Nel Voodoo Haitiano è conosciuta come Maman Brigette o Damballah.

Nella regione eurasiatica e nel Vicino Oriente, con l'inizio del VII millennio a.C., le necessità  mitologiche delle nuove società  in formazione portarono la Gran Dea paleolitica a doversi manifestare attraverso un considerevole numero di appellativi o sembianze differenti, come Dea della Fertilità  della Terra o Dea del Grano, Dea Serpente, Dea Pesce, Dea Rana, Dea Riccio e Dea Farfalla o Ape. Tuttavia la sua onnipotenza e le sue funzioni ancestrali rimasero intatte e indiscutibili; anche il suo simbolismo classico continuò ad esistere, seppure incorporando alcuni nuovi disegni che avrebbero finito per acquistare molta importanza rituale.



Ripercorrendo la storia evolutiva della fondamentale Dea Uccello paleolitica, vediamo che dall' VIII al VI millennio a.C. nella regione dell'Egeo e nei Balcani fu rappresentata attraverso un'immagine dotata di un lungo collo fallico, un precedente che, nel passaggio seguente, quando la cultura neolitica del sud-ovest europeo giunse al suo apogeo (circa 5000 a.C.), avrebbe trasformato la dea, (ispirandosi forse al collo serpentiforme di alcuni uccelli acquatici) e dato origine alla Dea Uccello e Serpente. Questa Dea veniva rappresentata sia sotto forma di due divinità  distinte (Dea Uccello e Dea Serpente) che di una sola (Dea Uccello e Serpente).



La principale funzione della Dea nel suo nuovo aspetto di Serpente era quella di garantire la continuità  dell'energia vitale e offrire rigenerazione ad ogni esistenza esaurita.
La Dea Serpente fu la prima divinità  a presentarsi incoronata; così dal VII millennio a.C., le sue immagini apparvero frequentemente con una corona, simbolo di potere e saggezza, o con una pettinatura molto sofisticata, caratterizzata da ricci serpentiformi. Sia la Dea Uccello che la Dea Serpente, e la sintesi di ambedue, furono adorate in santuari specifici almeno dall'inizio del VI millennio a.C. Il rapporto fra il serpente e il potere generatore della Dea continuò nel tempo, ed era ancora evidente in casi come quelli di Hera e Hathor.

In tutta la civiltà greco-romana, come anche in molte culture africane ed asiatiche, si protrasse la credenza che i serpenti agissero da protettori del focolare e fossero fonti di fertilità e prosperità per gli uomini e per i loro raccolti e greggi; di fatto si credeva che il loro rinascere dopo l'inverno influisse positivamente sulla rigenerazione della natura. Questi poteri erano stati esclusivi della Dea fin dai tempi paleolitici.

La Dea-maga Angizia (sorella di Medea e di Circe), aveva scelto come sua dimora le sponde del lago Fucino e con il canto riusciva a dominare i serpenti e comandarli secondo la sua volontà . L'Antico culto della dea Angizia raffigurava una donna con un serpente nella mano sinistra alzata, protettrice dal morso dei serpenti. Una sua statuetta è stata rinvenuta nel lago Fucino, dove si credeva che essa avesse dimora, e Virgilio ricorda la presenza di un "nemus Angitiae", cioè un bosco sacro a questa divinità, nei pressi del lago.
http://www.guidabruzzo.it/lucodm.html

Un testo classico relativamente recente, la deliziosa narrazione L'Asino d'oro di Apuleio(114-184 d.C.) offre una descrizione riveduta della Dea, così come fu considerata nell'Antichità . Lucio Apuleio, viaggiatore instancabile e buon conoscitore delle religioni misteriche del suo tempo, fece parlare la Dea stessa:

"Eccomi Lucio commossa dalle tue preghiere. Io sono la Natura Genitrice di tutte le cose, signora di tutti gli elementi, principio e generazione dei secoli, la più grande dei Numi, la regina dei Mani, la prima fra i Celesti, forma tipica degli Dei e delle Dee, che governano col mio cenno le luminose vette del cielo, le salutari brezze marine, i lacrimati silenzi degli Inferi. tutto il mondo venera il mio nome, unico se pure sotto molte e diverse forme, con vario rito e con diversi nomi. I Frigi primi abitatori della Terra, mi chiamano la Pessinunzia Madre degli Dei; gli Attici autoctoni, Cecropia Minerva; ho nome Venere Pafia presso gli abitanti dell'isola di Cipro; Diana Dittina presso i Cretesi famosi arcieri; Proserpina Stigia fra i Siculi trilingui; Vetusta Cerere fra gli Eleusini; altri mi chiaman Giunone, altri Bellona; questi Ecate e quelli Ramnusia. Ma solamente coloro che sono illuminati dai primi raggi del nascente sole, cioè gli uni e gli altri Etiopi, e gli Egiziani ammirevoli per la loro antica dottrina, mi onorano con un culto di adeguate cerimonie e mi appellano col mio vero nome di Iside Regina".

In un erbario inglese del XII secolo conservato al British Museum e citato da Robert Graves, compare un'invocazione alla Dea Madre Terra, una manifestazione neolitica della Dea Gravida Paleolitica, che si rivela molto eloquente:

"Terra, Dea divina, Madre Natura, che generi ogni cosa e sempre fai riapparire il sole di cui hai fatto dono alle genti; guardiana del cielo, del mare e di tutti gli Dei e le potenze; per il tuo influsso tutta la natura si si acqueta e sprofonda nel sonno..E di nuovo quando ti aggrada tu mandi innanzi la lieta luce del giorno e doni nutrimento alla vita con la tua eterna promessa; e quando lo spirito dell'uomo trapassa è a te che ritorna. A buon diritto invero tu sei detta Grande Madre degli Dei; Vittoria è il tuo nome divino. Tu sei possente, Regina degli Dei! O Dea io ti adoro come divina, io invoco il tuo nome, degnati di concedermi ciò che ti chiedo, in modo ch'io possa in cambio colmare di grazie la Tua divinità , con la fede che ti è dovuta.."

Note
(1)Il termine Vecchia Europa, come l'ha definito Marija Gimbutas, include tutta la zona geografica che comprende l'Egeo, i Balcani, l'Europa orientale e centrale, il Mediterraneo centrale e l'Europa occidentale.
(2)Marija Gimbutas ha preso il termine da Riana Eisler, che suo libro "The Chalice and the Blade" propose di denominare "gylania" (gy, di donna e an di andros-uomo) per riferirsi alla struttura sociale nella quale i due sessi mantengono un rapporto sociale egualitario.
Testi
P.Rodriguez, Dio è nato donna, Editori Riuniti
M.Gimbutas, Il Linguaggio della Dea
R.Graves, La Dea Bianca, Adelphi

martedì 11 ottobre 2011

VESTA

Era la dea del focolare domestico, venerata in ogni casa e il cui culto consisteva principalmente nel mantenere acceso il fuoco sacro: le sacerdotesse legate al suo ordine, quello delle famose vestali, avevano proprio il compito di custodire il fuoco sacro alla dea, acceso all’interno del tempio a lei dedicato, facendo sì che non si spegnesse mai.
In una delle sue raffigurazioni più tipiche la dea indossava una lunga stola e teneva in mano un bastone.
Il culto del fuoco viene fatto risalire ad un'antica concezione religiosa naturalista degli Indoeuropei, della quale sarebbero un'ulteriore attestazione il dio vedico Agnis[1] ed il culto del fuoco di Estia in Grecia.
Il fuoco sacro, custodito nel tempio di Vesta, venne spento nel 391 per ordine dell'imperatore Teodosio.
La dea Vesta veniva celebrata nella settimana che va dal 7 giugno al 15 giugno. Il primo giorno delle celebrazioni era dedicato all'apertura annuale del tempio per i riti sacrificali.
Estia, nella mitologia greca, era la dea della casa. È la meno conosciuta fra le divinità più importanti dell’antica Grecia. Era tuttavia tenuta in grande onore, veniva invocata e riceveva la prima offerta nei sacrifici effettuati nell'ambiente domestico.
Esiodo la indica come figlia primogenita di Crono e di Rea, la più anziana della prima generazione degli dèi dell'Olimpo. Suoi fratelli e sorelle, in ordine di nascita, sono: Demetra, Era, Ade, Poseidone e Zeus. Apparteneva quindi al ristretto gruppo delle dodici maggiori divinità dell'Olimpo.
Insieme alla sua equivalente divinità romana, Vesta, non era nota per i miti e le rappresentazioni che la riguardavano, e fu raramente rappresentata da pittori e scultori con sembianze umane, in quanto non aveva un aspetto esteriore caratteristico: la sua importanza stava nei rituali simboleggiati dal fuoco.
Fece voto di castità, non perché non fosse bella; infatti sia Poseidone che Apollo chiesero la sua mano a Zeus, che però, data la decisione della sorella di restare vergine ed evitando così un possibile concorrente al trono, respinse le loro proposte.
Dopo un banchetto Priapo, ubriaco, tentò di farle violenza, ma un asino, col suo raglio, svegliò la dea che dormiva e gli altri dèi, che lo costrinsero a darsi alla fuga. L'episodio ha un carattere di avvertimento aneddotico per chi pensi di abusare delle donne accolte in casa come ospiti, sotto la protezione del focolare domestico: anche l'asino, simbolo della lussuria, condanna la follia criminale di Priapo.
Omero narra che Estia riuscì a resistere alle seduzioni e alle persuasioni di Afrodite.
Suo simbolo era il cerchio e la sua presenza era avvertita nella fiamma viva posta nel focolare rotondo al centro della casa e nel braciere circolare nel tempio di ogni divinità. Talvolta viene raffigurata assieme ad Ermes, ma mentre quest'ultimo aveva il compito di proteggere dal male e di propiziare una buona sorte, Estia santificava la casa.
La sua prima raffigurazione è stata una pietra, denominata erma, dalla forma di una colonna.
Ogni città, nell’edificio principale, aveva un braciere comune, il pritaneo, dove ardeva il fuoco sacro di Estia, che non doveva spegnersi mai. Poiché le città erano considerate un allargamento del nucleo familiare, era adorata anche come protettrice di tutte le città greche.
Nelle famiglie, il fuoco di Estia provvedeva a riscaldare la casa e a cuocere i cibi.
Il neonato diventava membro della famiglia cinque giorni dopo la nascita, con un rito (anfidromie) in cui il padre lo portava in braccio girando attorno al focolare.
La novella sposa portava il fuoco preso dal braciere della famiglia di origine nella sua nuova casa, che solo così veniva consacrata.
I coloni che lasciavano la Grecia, portavano con sé una torcia accesa al pritaneo della loro città natale, il cui fuoco sarebbe servito a consacrare ogni nuovo tempio ed edificio. Un rito che sopravvive anche nelle Olimpiadi moderne.
Estia provvedeva il luogo dove sia la famiglia che la comunità si riunivano insieme: il luogo dove si ricevevano gli ospiti, il luogo dove fare ritorno a casa, un rifugio per i supplici. La dea e il fuoco erano una cosa sola e formavano il punto di congiunzione e il sentimento della comunità, sia familiare che civile.
Ovidio scrisse: « Per lungo tempo credetti stoltamente che ci fossero statue di Vesta, ma poi appresi che sotto la curva cupola non ci sono affatto statue. Un fuoco sempre vivo si cela in quel tempio e Vesta non ha nessun'effigie, come non ne ha neppure il fuoco. »